Il caso Vatileaks raccontato da Fittipaldi e Nuzzi

11 dicembre 2016

Roma, 11 dicembre 2016. L’Italia scivola al 77esimo posto nella graduatoria mondiale che misura l’indice di libertà di stampa. Un trend, quello stilato da Reporter Sans Frontiers, che vede il Belpaese da anni in progressivo peggioramento. Le ragioni? “C’è chi pensa addirittura che sia colpa dei giornalisti che fanno inchieste troppo scomode” commenta Emiliano Fittipaldi, giornalista citato in giudizio e prosciolto in Vaticano per aver attinto nel libro “Avarizia” da documenti ritenuti riservati dalla Santa Sede.

“Sono stato chiamato a processo – ha raccontato a Più libri e più liberi – semplicemente perché ho svolto il mio mestiere. Molti colleghi e conoscenti mi avevano intimato di non interessarmi di vicende vaticane, anche perché si tratta di uno Stato giurisdizionalmente straniero. Purtroppo è una tendenza molto diffusa nel giornalismo italiano, si fa sempre meno inchiesta perché rognoso, costoso per gli editori, di scarso appeal tra i lettori”. La tendenza che più ha colpito Fittipaldi è “il moto d’opinione contrario” montato nei suoi confronti e del collega Gianluigi Nuzzi, l’altro imputato, “da parte del Vaticano e di certa stampa italiana acritica. Papa Francesco nel 2013 aveva promesso che molte situazioni sotto la Cupola di San Pietro sarebbero cambiate, che lo IOR sarebbe stato cancellato, che i bilanci sarebbero stati resi pubblici nel dettaglio dei conti correnti. Ma nulla di tutto ciò si è verificato”.

Fittipaldi ha conosciuto Nuzzi proprio in sede di processo. “Siamo stati citati per concorso di reato telepatico” scherza il giornalista milanese, coinvolto nella vicenda per aver indagato nel libro “via Crucis” sulle manovre della finanza vaticana. “La libertà di stampa in Italia è fuori discussione, quello che manca è il coraggio di andare ad approfondire determinate dinamiche. Il giornalismo di oggi non entra più in profondità”.

Nuzzi allarga la discussione coinvolgendo i rapporti di potere: “Lo Stato italiano ha sempre trattato con le forme di delinquenza, scendendo abilmente a compromessi. Si è creato un sistema difensivo molto solido che mischiato alla scarsa propensione degli italiani alla lettura ha fatto calare l’interesse per l’indagine del cosiddetto sottoscala.
Ricordiamo – chiude – che la mafia è la prima azienda per fatturato in Italia”.
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